Dopo l’unita’ d’Italia il gran problema dell’ambiente

Roma, 19 giugno – Un bel libro della storica Gabriella Corona dal titolo: “Breve storia dell’Ambiente” (Il Mulino,pgg. 144,euro 12); un saggio in cui ripercorre le vicende dell’uso, dell’abuso e dei tentativi di protezione del territorio italiano.
Leggiamo che dopo la Grande Guerra, un gruppo di tecnici – molti dei quali ricoprirono alti incarichi istituzionali – maturò una critica profonda del modo in cui era stata realizzata l’attività bonificatrice fino a quel momento.
Le loro critiche erano dirette prevalentemente alle opere realizzate nei decenni successivi all’unificazione nazionale soprattutto nelle regioni centromeridionali. Nei decenni postunitari, le bonifiche si erano concentrate prevalentemente al Nord, in Emilia e nel Veneto per la bonifica idraulica e in Piemonte e Lombardia per l’irrigazione; al Sud, sebbene l’ammontare degli investimenti destinati alle bonifiche fosse doppio rispetto a quello destinato all’Italia settentrionale e centrale, si erano realizzate opere isolate che non avevano risolto i problemi di queste regioni, perché non avevano tenuto conto dei fattori strutturali alla base delle loro difficili condizioni: dal clima caldo-arido all’insediamento prevalentemente montano – collinare e distante dai luoghi di produzione, dal dissesto idrogeologico delle pendici dei monti alle paludi nelle pianure generalmente disabitate.
La malaria aveva costituito un carattere di lungo periodo della storia ambientale italiana. Negli anni del fascismo emerse finalmente e bene un modo nuovo di intendere l’opera di bonifica, la «bonifica integrale», intesa come intervento congiunto di sistemazione idraulica delle pianure e delle pendici dei monti, di risanamento igienico e di trasformazione agraria. Ma fu nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale che questo progetto di trasformazione del territorio poté avere la sua più piena realizzazione.
Grazie a un pacchetto di interventi statali di carattere straordinario fu favorita la rimozione dei fattori strutturali che fino a quel momento avevano ostacolato lo sviluppo delle aree meridionali. Si trattava di un progetto complessivo di trasformazione dell’economia e della società che si poneva come obiettivo fondamentale la sistemazione idraulico-forestale e le bonifiche attraverso un programma di lavori pubblici realizzato grazie all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e alla riforma agraria (erano i tempi della grande Politica con la “P” maiuscola! nda). Promosso dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi questo progetto fu fortemente sostenuto da un gruppo di autorevoli meridionalisti di varia ispirazione. L’opera della Cassa più specificamente diretta a promuovere l’industrializzazione meridionale prevedeva la concessione di contributi, prestiti e agevolazioni fiscali volti all’acquisto di macchinari e attrezzature oltre che alla realizzazione di opere infrastrutturali di base in grado di accompagnare l’insediamento di nuove attività produttive. Bonifica e irrigazione, risanamento igienico e costruzione di infrastrutture civili sono i principali risultati ottenuti dalle politiche intelligenti di intervento nel loro insieme.
Le grandi pianure del Mezzogiorno, il Tavoliere di Puglia e l’area del Metaponto, la piana di Sibari e quella di Lamezia Terme, il Crotonese e la pianura di Catania, sottratte definitivamente alle paludi malariche e alle coltivazioni estensive, sono diventate sedi di un’agricoltura moderna. Grazie all’imponente opera di irrigazione, poi, in poco più di vent’anni, la superficie delle terre irrigue nel Mezzogiorno è cresciuta di tre volte, passando da 200.000 a 670.000 ettari. Prese avvio un’industrializzazione nel Mezzogiorno che coinvolse sia imprese private sia pubbliche. Però, a partire dagli anni Sessanta (cominciano le dolenti note che ancora continuano! nda) la politica infrastrutturale della Cassa per il Mezzogiorno ha finito per essere un mezzo per attirare risorse finanziarie a fini di consenso e alimentare un sistema di relazioni clientelari. Le opere di viabilità, ad esempio, sono state progettate e realizzate senza alcun rapporto con la domanda di trasporto e le esigenze di accessibilità, e senza alcuna attenzione ai problemi di traffico e di inquinamento e alla tutela dell’ambiente e del paesaggio. La cultura della «straordinarietà» ha prodotto poi effetti negativi sulle modalità di governo degli assetti ambientali. Un aspetto che si manifesterà prepotentemente a partire dagli anni Ottanta (da qui il grande disastro italiano! nda) quando si andranno affermando diffusi fenomeni di collusione fra amministratori, politici e organizzazioni criminali che produrranno effetti distruttivi sugli equilibri ambientali di molte aree. Il fiorire delle ecomafie comunque non sarebbe stato possibile senza la fitta rete di legami e complicità che esse hanno tessuto nelle amministrazioni pubbliche, con alti funzionari, sindaci, assessori, dirigenti degli uffici tecnici, e nel mondo delle professioni, dell’impresa, della banca, secondo vari gradi di coinvolgimento che vanno dalla compiacenza alla corruzione, fino alla vera e propria appartenenza al gruppo criminale. E stato proprio per reati relativi ai settori dei rifiuti e del cemento che negli anni Novanta numerosi comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. In agricoltura l’attività criminale si manifesta con il controllo della coltivazione e della raccolta attraverso lo sfruttamento della manodopera prevalentemente immigrata, con l’imposizione dei propri prodotti nell’intera catena della distribuzione. Vi sono poi infiltrazioni criminali nell’indotto derivante dagli impianti di produzione delle energie rinnovabili che beneficiano di particolari finanziamenti pubblici, come è avvenuto nell’eolico in Sicilia. In tale contesto, aggravato dall’assenza di politiche di tutela dell’habitat fin dall’avvio dei processi di industrializzazione, si è sviluppato il problema dei rifiuti, a cui il Paese non ha risposto con lo sviluppo di un adeguato sistema di impianti per il loro smaltimento e trattamento. Allo stato attuale la situazione ambientale in Italia è fortemente divaricata e contraddittoria.
A fronte dell’incapacità delle politiche pubbliche, l’Italia presenta però aspetti che la pongono a un livello virtuoso, sostiene l’autrice, in rapporto sia all’Europa in generale sia alla Germania, paese politicamente ed economicamente «verde». L’Italia ha ridotto il consumo di risorse e di energia e l’emissione di anidride carbonica. Le energie rinnovabili – eolico, solare, biomasse, idraulico, geotermico – hanno conosciuto negli ultimi anni un forte incremento giungendo a costituire una quota che tende al 30 per cento del fabbisogno nazionale di energia elettrica (regioni leader sono Lombardia e Puglia).
L’Italia poi rientra fra i primi 10 paesi al mondo per superficie coltivata biologicamente. La recente Legge che riduce il consumo del suolo e quella sugli ecoreati fa effettivamente sperare in una migliore e maggiore consapevolezza del problema, ma certamente bisognerà recuperare il concetto di suolo fertile come bene comune, che non può andare distrutto per oscuri fini privati. Aggiungiamo, ad integrazione, che a livello legislativo, l’introduzione avvenuta lo scorso anno nel Codice Penale di specifici reati contro l’ambiente è un passo avanti fondamentale, sebbene tardivo, che consentirà di perseguire quei reati in modo più efficace. Sul pianeta Italia possiamo affermare che a fronte di 4.718 controlli, sono 947 i reati penali e le violazioni amministrative accertati, 1.185 le persone denunciate e 229 i beni sequestrati per un valore complessivo di quasi 24 milioni di euro. Contestato in 118 casi il nuovo delitto di inquinamento e per 30 volte il disastro ambientale. È questo il bilancio dei primi mesi di applicazione della nuova legge sugli ecoreati, la legge n. 68 del 2015 (che va dal 29 maggio 2015, giorno di entrata in vigore della norma, al 31 gennaio 2016). Il 2016 è un anno strategico per l’attività legislativa in campo ambientale perché offre finalmente la possibilità di approvare nuovi provvedimenti a tutela e valorizzazione dell’ambiente con i quali dare concretezza alle idee di sviluppo sostenibile ed economia legale.
In particolare, l’approvazione definitiva del ddl sulla riforma delle Agenzie Regionali di Protezione Ambientale (ARPA), avvenuta nei giorni scorsi, darà un contributo importante al miglioramento dei controlli pubblici sul territorio nazionale e alla piena applicazione della legge ecoreati. Siamo finalmente sulla strada giusta!